ANATOMIA DI UN FILM / Ottobre 2026


Da Lunedì 26 Ottobre 2026 / Chiesa di San Teonisto – Via San Nicolò n. 31, Treviso
ANATOMIA DI UN FILM
Nuovo corso di cinema a Treviso!
a cura di Marco Bellano

Ogni lunedì dalle 20:30 alle 22:30, da lunedì 26 ottobre 2026 per 5 incontri.

Link per iscrizione: Iscrizione corso “Anatomia di un film”
oppure scrivendo all’indirizzo mail cineforumlabirinto@gmail.com


A partire dal mese di ottobre, Cineforum Labirinto presenta un nuovo ciclo di lezioni di cinema in compagnia dei capolavori e dei grandi registi che hanno fatto la storia della Settima Arte.

Presso la suggestiva sala affrescata dell’ex Chiesa di San Teonisto, in centro a Treviso, Cineforum Labirinto propone un corso dedicato all’analisi di cinque grandi capolavori del cinema. Le lezioni si concentreranno sulla genesi creativa delle opere e sulle tecniche stilistiche e le scelte tematiche adottate dai registi, lasciando spazio anche ad aneddoti sulla produzione, sul cast e sull’influenza delle pellicole nell’immaginario collettivo.

Gli incontri riguarderanno i film “La finestra sul cortile” (1954) di Alfred Hitchcock, “La grande guerra” (1959) di Mario Monicelli, “Fitzcarraldo” (1982) di Werner Herzog, “Non è un paese per vecchi” (2007) dei Fratelli Coen e una lezione speciale che, a partire dall’analisi del film “Odissea” (2026) di Christopher Nolan, toccherà le più importanti versioni cinematografiche del poema omerico, dall’epoca del muto al mondo dell’animazione e delle Serie TV, passando per le rivisitazioni contemporanee firmate da Wim Wenders e dai Fratelli Coen.

Il corso, ideato e curato da Marco Bellano, docente di cinema presso l’Università di Padova, è rivolto a studenti, videomaker, insegnanti e appassionati che vogliano scoprire o approfondire la grammatica cinematografica e la storia del cinema attraverso i grandi capolavori del passato e del presente.

L’iniziativa si articola in 5 incontri che si terranno di lunedì dalle ore 20.30 alle 22.30,  a partire da lunedì 26 ottobre 2026, presso l’ex Chiesa di San Teonisto, situata in via San Nicolò n. 31, in centro a Treviso. Il costo del corso è pari a 90€.

La sede del corso è un’elegante sala polivalente situata all’interno della chiesa sconsacrata di San Teonisto, risalente al XV secolo e recentemente restaurata dall’architetto Tobia Scarpa. Dotata di una capienza di circa 300 posti e delle più innovative strumentazioni tecnologiche, la sala è un luogo di cultura in grado di ospitare mostre, concerti ed eventi grazie a un innovativo sistema di tribune reclinabili a scomparsa.

Iniziativa organizzata da Cineforum Labirinto, con il sostegno di Fondazione Benetton Studi Ricerche e in collaborazione con CINIT – Cineforum Italiano e Lab Eventi Aps.

Per iscriversi e per maggiori informazioni: cineforumlabirinto@gmail.com / 3407417350

Scopri il programma del corso e altre informazioni scorrendo qui sotto!


IL PROGRAMMA

1° incontro | LA FINESTRA SUL CORTILE | 26 OTTOBRE 2026

Ogni spettatore sa che il piacere del cinema sta anche in un implicito, elettrizzante invito alla trasgressione: possiamo diventare perfetti voyeur, osservando storie di vite altrui, invisibili, senza incorrere in alcuna conseguenza. La finestra sul cortile (1954) trasforma questo patto tra noi e lo schermo in un thriller implacabile, facendo del fotoreporter interpretato da James Stewart il nostro doppio: costretto in casa da una gamba ingessata, Jeff osserva di nascosto i vicini e finisce per sospettare un delitto. Alfred Hitchcock partì da un racconto di Cornell Woolrich, ma costruì attorno alla vicenda un intero universo dello sguardo. Negli studi Paramount sorse un enorme cortile circondato da trentuno appartamenti, otto dei quali completamente arredati; gli attori che impersonavano i vicini, lontani dalla macchina da presa, ricevevano indicazioni via radio. Ogni finestra diventava così come un piccolo schermo, dove si poteva incontrare una commedia sentimentale, un dramma della solitudine o una storia dell’orrore. Il montaggio passa dall’occhio di Jeff a ciò che guarda e poi al suo volto, trasformando la successione delle immagini in pura esplicitazione del pensiero cinematografico. Eppure, ridurre il film a un esercizio di suspense significherebbe lasciarsi sfuggire la sua ironia più sottile. Jeff sa interpretare gli indizi di un possibile omicidio, ma non sa decidersi sul proprio futuro con Lisa, la sofisticata e intraprendente Grace Kelly; ecco che allora, quando lei attraversa il cortile ed entra nell’appartamento sospetto, il “patto” inviolabile con lo schermo si infrange, messo alla prova dal pericolo nel quale ci trascina il rapporto autentico con un’altra persona. Quando l’osservato incrocia lo sguardo con l’osservatore, ogni privilegio dello spettatore improvvisamente scompare: siamo irrimediabilmente complici, e Hitchcock viene a chiederci il conto.

2° incontro | LA GRANDE GUERRA | 2 NOVEMBRE 2026

Prima ancora di arrivare sugli schermi, La grande guerra (1959) aveva messo in allerta il comune sentire: era accettabile raccontare il primo conflitto mondiale attraverso due soldati scansafatiche, preoccupati soprattutto di salvare la pelle? Mario Monicelli affidò ad Alberto Sordi e Vittorio Gassman il compito di regalare un volto più sincero a una memoria patriottica che, nella storia allora recente, era stata sin troppo esortata a riconoscersi in esaltazioni iperboliche e di facciata. Il romano Oreste Jacovacci e il milanese Giovanni Busacca attraversano la vita militare cercando ogni possibile scappatoia, mentre attorno a loro prende forma un’Italia che la trincea costringe a incontrarsi, fra incomprensioni e inattese solidarietà. È un paese che si rivela anche attraverso le voci: accenti regionali e dialetti si intrecciano, opponendo alla solennità degli ordini la concreta varietà delle persone chiamate a eseguirli. Silvana Mangano, per esempio, recitò in italiano la parte di Costantina, per poi doppiarsi in veneto; dietro l’apparente immediatezza del parlato c’è dunque un lavoro minuzioso, che prosegue oltre le riprese. Anche la larghezza del CinemaScope è carica di significato: lo schermo accoglie la dimensione collettiva del fronte, mentre i primi piani ci restituiscono la paura e la fragilità dei singoli. La comicità nasce da questa sproporzione, tra la grandiosità della Storia e l’ostinazione degli uomini a rimanervi vivi. Il progetto trovò un difensore inatteso proprio nel ministro della Difesa Giulio Andreotti, nonostante sue passate ingerenze non proprio generose nella valutazione del cinema italiano. Premiato a Venezia con il Leone d’oro, ex aequo con Il generale Della Rovere di Rossellini, il film dimostrò quanto lontano potesse spingersi la commedia all’italiana, mettendo costruttivamente in discussione le narrazioni più consolidate del passato nazionale. Ridere, in La grande guerra, significa sentire e smascherare, con i personaggi, il paradosso e l’inanità di ogni epica bellica.

3° incontro | FITZCARRALDO | 9 NOVEMBRE 2026

Quanto pesa una metafora? In Fitzcarraldo (1982), ben trecento tonnellate: quelle del piroscafo che Brian Sweeney Fitzgerald, detto Fitzcarraldo, vuole trascinare oltre una collina dell’Amazzonia per raggiungere un territorio ricco di caucciù; con quei profitti sogna di costruire a Iquitos un teatro d’opera e farvi cantare Caruso. Werner Herzog si ispirò liberamente all’imprenditore peruviano Carlos Fitzcarrald, che aveva davvero trasferito un battello da un fiume all’altro, ma facendolo smontare. Herzog volle invece che la nave passasse intera sulla collina: cavi, argani e lavoro umano dovettero compiere davanti alla macchina da presa ciò che un modellino avrebbe potuto agevolmente simulare. Il confine tra racconto e realtà si fece così vertiginosamente sottile. Anche la scelta del protagonista ebbe un percorso accidentato: prima di Klaus Kinski, Herzog aveva girato con Jason Robards e Mick Jagger, finché la malattia del primo e gli impegni musicali del secondo non lo costrinsero a ricominciare, eliminando anche il personaggio del cantante. Les Blank seguì l’impresa nel documentario Burden of Dreams (1982), che permette di guardare da un’altra prospettiva l’ossessione creativa del regista. Nel film, premiato a Cannes per la regia, la voce di Caruso si leva dal grammofono contro i rumori della foresta, come se l’arte potesse imporre la propria misura al mondo. Ma dietro tale aulico sogno, tuttavia, non c’è pura innocenza: il motore profondo è il commercio del caucciù, la cui storia amazzonica è segnata dallo sfruttamento delle popolazioni indigene. Alti ideali e gretta sopraffazione finiscono dunque per risuonare insieme, dissonanti ma inseparabili.

4° incontro | NON È UN PAESE PER VECCHI | 16 NOVEMBRE 2026

Il suono più inquietante di Non è un paese per vecchi (2007) è forse quello di un frigorifero. Nella celebre scena della moneta, Carter Burwell accordò infatti il ronzio della musica sui sessanta hertz dell’elettrodomestico: mentre il sicario Anton Chigurh affida al caso la sorte del suo interlocutore, Joel ed Ethan Coen controllano ogni dettaglio della nostra inquietudine. Tratto dal romanzo pubblicato da Cormac McCarthy nel 2005, il film mette in movimento, nel Texas di frontiera del 1980, tre uomini che sembrano abitare altrettanti racconti. Llewelyn Moss, interpretato da Josh Brolin, trova una valigia di denaro dopo una strage tra trafficanti e crede di potersela tenere; Chigurh, un memorabile Javier Bardem, lo insegue con una logica tanto rigorosa quanto incomprensibile; lo sceriffo Ed Tom Bell, cui Tommy Lee Jones presta una stanchezza senza enfasi, cerca di capire quale mondo gli stia sfuggendo. I Coen presentarono il film come il loro più vicino al genere d’azione, eppure ne misero continuamente in crisi le attese. La fotografia di Roger Deakins spalanca paesaggi che non promettono libertà, mentre il suono ci costringe a cercare un pericolo nel rumore di un passo o dietro una porta. La musica, spesso creduta assente, occupa appena sedici minuti, titoli di coda compresi, e si confonde con gli effetti sonori. Anche il titolo, che riprende l’inizio di Sailing to Byzantium di W. B. Yeats, suggerisce uno spostamento: dalla caccia al denaro all’esperienza di chi sente di essere rimasto fuori dal proprio tempo. Ma il mondo è davvero diventato più violento, o è venuta meno la narrazione rassicurante con cui cercavamo di comprenderlo? Il thriller dei Coen trova forse qui il suo mistero più difficile da risolvere.

5° incontro | ODISSEA | 23 NOVEMBRE 2026

Chiamiamo “odissea” un viaggio lungo e pieno di ostacoli. La parola contiene dunque già una promessa di avventura, ma per Christopher Nolan, fedele al suo cinema, sembra soprattutto annunciare un problema di tempo. Con Odissea (2026), Christopher Nolan, già regista di altre “odissee” trasfigurate quali Interstellar e Dunkirk, incontra fatalmente il poema attribuito a Omero, nel quale il cammino di Ulisse è intessuto della ricerca del padre intrapresa da Telemaco e dell’attesa di Penelope. Ideale esito estremo del cinema in pellicola, che per la prima volta nella storia trova integralmente la sontuosità del formato IMAX, il recente film sarà per questa lezione un punto di partenza: una bussola in un arcipelago di adattamenti e riletture omeriche, tra cinema dal vero, animazione e serie televisive. Ci fermeremo per esempio presso l’Ulisse (1954) di Mario Camerini, dove Kirk Douglas trova in Silvana Mangano sia Penelope sia Circe, ovvero l’agognato ritorno e la tentazione del perdersi. Nello sceneggiato Rai Odissea (1968), con Bekim Fehmiu e Irene Papas, vedremo il poema farsi appuntamento domestico nel tempo disteso del racconto a puntate. Con Ulisse 31 (1981), co-produzione animata franco-giapponese, l’orizzonte si allargherà addirittura al cosmo del trentunesimo secolo, dove un’astronave affronta ancora l’ira degli dèi dell’Olimpo. Incroceremo anche riletture d’autore: in Fino alla fine del mondo (1991), Wim Wenders rovescia l’attesa di Penelope, poiché è Claire a inseguire il proprio Ulisse, Sam, in un viaggio che diventa anche riflessione sul potere delle immagini. E poi ecco i fratelli Coen, che in Fratello, dove sei? (2000) riconoscono sirene e ciclopi nell’America della Depressione, lungo la fuga di tre detenuti. Di tappa in tappa, l’apparente infedeltà si rivela forma di interpretazione, capace di far emergere aspetti del mito troppo avviluppati, forse, nella loro veste classica. Dal corpo dell’attore al disegno animato, ogni Ulisse metterà alla prova una diversa idea del meraviglioso e del ritorno, che mai conduce a un punto di partenza identico a quel che ci si era lasciati alle spalle.


IL DOCENTE

Marco Bellano è docente di History of Animation all’Università di Padova e Marie Curie Global Fellow (progetto FICTA SciO, su animazione e divulgazione scientifica, in collaborazione con la Hochschule Luzern e il CICAP, 2023-2025). Oltre che a Padova, dal 2013 è stato docente presso sedi accademiche quali la Boston University Study Abroad, l’Università di Salamanca e il Conservatorio di Ferrara. Ha inoltre svolto ricerche sul rapporto tra musica e animazione. Tra le sue pubblicazioni: Václav Trojan. Music Composition in Czech Animated Films (Routledge, 2019); Allegro non troppo. Bruno Bozzetto’s Animated Music (Bloomsbury, 2021); Cos’è un cartone animato? (Carocci, 2024). Nel 2014 riceve dalla Society for Animation Studies, di cui presiede nel 2017 a Padova il 29° convegno annuale, il premio Norman McLaren-Evelyn Lambart al miglior articolo accademico. È nel comitato scientifico del Mutual Images Journal, di Cabiria e delle collane “Lapilli” (Tunué). È stato giurato per festival internazionali (tra cui Teheran International Animation Festival, Future Film Festival). Pianista e direttore d’orchestra, collabora dal 2012 ai programmi didattici e divulgativi del Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française.


Questa voce è stata pubblicata in Corsi. Contrassegna il permalink.

Rispondi