ANATOMIA DI UN FILM / Marzo 2026


Da Lunedì 23 Marzo 2026 / Barchessa di Villa Giovannina – Piazza Umberto I n. 21, Villorba (TV)
ANATOMIA DI UN FILM
Nuovo corso di cinema
a cura di Marco Bellano

Ogni lunedì dalle 20:30 alle 22:30, da lunedì 23 marzo 2026 per 5 incontri.

Link per iscrizione: Iscrizione corso “Anatomia di un film”
oppure scrivendo all’indirizzo mail cineforumlabirinto@gmail.com


A partire dal mese di marzo, Cineforum Labirinto presenta un nuovo ciclo di lezioni di cinema in compagnia dei capolavori e dei grandi registi che hanno fatto la storia della Settima Arte.

Presso l’Auditorium della suggestiva Barchessa di Villa Giovannina a Villorba, a pochi minuti dal centro di Treviso, Cineforum Labirinto propone un corso dedicato all’analisi di cinque grandi capolavori del cinema. Le lezioni si concentreranno sulla genesi creativa delle opere e sulle tecniche stilistiche e le scelte tematiche adottate dai registi, lasciando spazio anche ad aneddoti sulla produzione, sul cast e sull’influenza delle pellicole nell’immaginario collettivo.

I film selezionati sono “Fahrenheit 451” (1966) di François Truffaut, “Le Iene” (1992) di Quentin Tarantino, “The Wolf of Wall Street” (2013) di Martin Scorsese, “Inside Out” (2015) della Disney Pixar e una speciale lezione monografica dedicata al personaggio letterario-cinematografico di Frankenstein (1931-2025).

Il corso, ideato e curato da Marco Bellano, docente di cinema presso l’Università di Padova, è rivolto a studenti, videomaker, insegnanti e appassionati che vogliano scoprire o approfondire la grammatica cinematografica e la storia del cinema attraverso i grandi capolavori del passato e del presente.

L’iniziativa si articola in 5 incontri che si terranno di lunedì dalle ore 20.30 alle 22.30,  a partire da lunedì 23 marzo 2026, presso l’Auditorium della Barchessa di Villa Giovannina, situata in Piazza Umberto I n. 21, a pochi minuti dal centro di Treviso. Il costo del corso è pari a 90€, fino a esaurimento dei posti disponibili.

La sede del corso è un auditorium attrezzato e con un capienza massima di circa 120 posti, situato all’interno del suggestivo complesso di Villa Giovannina, villa veneta circondata da un parco alberato e accessibile da un ampio parcheggio a due passi dall’edificio.

Evento organizzato da Cineforum Labirinto, con il patrocinio del Comune di Villorba, in collaborazione con Libreria Lovat, Movie Records and Comics e Lab Eventi Aps.

Per iscriversi e per maggiori informazioni: cineforumlabirinto@gmail.com / 3407417350

Scopri il programma del corso e altre informazioni scorrendo qui sotto!


IL PROGRAMMA

1° incontro | FAHRENHEIT 451 | 23 MARZO 2026

I titoli di testa non appaiono, ma ci sono: vengono pronunciati a voce, per farci assaggiare immediatamente come ci si sentirebbe se la scrittura venisse proibita. Nel 1966 François Truffaut, il critico dei Cahiers diventato regista-simbolo della nouvelle vague, partendo dal più celebre romanzo di Ray Bradbury (1953) creò il suo unico lungometraggio in lingua inglese, una favola cupa sull’educazione dello sguardo. In un mondo dove i pompieri non spengono ma accendono, Montag (Oskar Werner) scopre che la vera trasgressione non è possedere un libro: è imparare a leggerlo, cioè a farlo diventare una parte viva della propria cultura. La messa in scena lavora per sottrazione: linee nette, colori che sembrano usciti da un rotocalco, un’Inghilterra riconoscibile e però inquietante, fotografata da Nicolas Roeg. E poi Julie Christie, sdoppiata in due figure speculari, a raccontare come una società senza spirito critico si trovi alla mercé di identità inafferrabili. A guidare tutto, con sorprendente tenerezza, sta la musica di Bernard Herrmann: il compositore di Hitchcock qui accompagna la distruzione delle biblioteche con un lirismo che non consola, ma resiste. Nel finale, i “libri viventi” ricordano a memoria ciò che non può più essere stampato: e Truffaut suggerisce allora che il cinema, fatto in origine d’infiammabile e letale nitrato, somiglia a quella comunità fragile, custode di storie che non dovrebbero mai bruciare.

2° incontro | LE IENE | 30 MARZO 2026

Prima che la rapina inizi, Quentin Tarantino fa sedere i suoi gangster a colazione: si discute di mance e di una canzone di Madonna, mentre il senso dell’assurdo ingaggia con le aspettative e la pazienza dello spettatore un gioco pericoloso. Le iene (Reservoir Dogs, 1992) sta già tutto nel suo prologo: si prende il genere poliziesco, lo si smonta con calma quasi musicale e lo si rimonta come un DJ sfrontato, seguendo il ritmo delle parole e dei colpi di pistola. Il furto vero, infatti, resta fuori campo; ciò che vediamo è il dopo, concentrato in un magazzino spoglio che diventa teatro morale, laboratorio di menzogna e paranoia. I personaggi hanno nomi di colori, per regalare loro un’astrazione da fumetto noir: eppure sanguinano in modo ostinatamente fisico, perché Tarantino ama la cinefilia ma non la intende come citazione eterea. Se una certa tradizione viene interrogata (dal gangster movie classico al polar europeo, fino alle suggestioni del cinema di Hong Kong), la violenza finisce per chiedere il conto, e con gli interessi. Anche la musica, che entra col sapore di una trasmissione radiofonica, non accompagna: contraddice, ironizza, a volte ferisce più delle immagini. Film d’esordio e già manifesto, Le iene è una lezione su come la regia possa creare suspense affidandosi a montaggio, ritmo e sguardi. Ma, sotto la superficie da gioco cinefilo, resta un interrogativo serio: che cosa succede alla fiducia, quando la verità non è più una sola?

3° incontro | THE WOLF OF WALL STREET | 13 APRILE 2026

C’è un momento, in The Wolf of Wall Street (2013), in cui l’euforia sfocia in una forma di coreografia: corpi, telefoni, slogan, polveri, banconote, tutto gira come in un musical fuori controllo. Martin Scorsese, adattando le memorie di Jordan Belfort, sposta il gangsterismo nel cuore “legale” del capitalismo finanziario e lo filma come un carnevale: non per celebrarlo, ma per farci sentire quanto sia virulenta e letale la sua promessa. Belfort (Leonardo DiCaprio) parla allo spettatore, lo prende per mano, lo istruisce; la voce fuori campo diventa una lezione accelerata di persuasione, e il film stesso si comporta come ciò che denuncia: un oggetto che seduce. È una scelta rischiosa, e per questo interessante, perché costringe a distinguere tra fascinazione e complicità. La macchina da presa corre, inciampa, riparte; il montaggio (Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Scorsese) taglia come un bisturi e insieme brucia come un colpo di frusta. Sotto la risata, ogni tanto, affiora un quesito che il cinema di Scorsese ripropone da decenni: a quale prezzo possiamo confondere la pura volontà e capacità di agire con la virtù? Nel finale, lo sguardo del pubblico “reale” che ascolta Belfort sembra rimandarci la responsabilità: non basta indignarsi, è necessario capire come mai quel lupo sappia parlare proprio la nostra lingua.

4° incontro | INSIDE OUT | 20 APRILE 2026

Che cosa fa, davvero, un ricordo? Ci conserva, ci trasforma, e forse ci tradisce. Inside Out (2015) prende queste possibili risposte, che appartengono tanto alla psicologia quanto al cinema, e ne trae un’avventura dove, grazie all’animazione digitale in tre dimensioni, le emozioni ricevono un volto, una voce, e persino un lavoro. Pete Docter e Ronnie del Carmen immaginano la mente di una bambina, Riley, come un set in continua ricostruzione: isole di personalità, treni di pensiero, archivi di ricordi, discariche dell’oblio. Si tratta di una tra le più brillanti applicazioni della poetica Pixar, che sin da Toy Story (1995) si intrufola in recessi del mondo su cui raramente posiamo lo sguardo, rendendoli teatro di storie incredibili, ma fatte per accadere quando la nostra attenzione è rivolta altrove. In un’epoca in cui la felicità viene spesso prescritta come obbligatoria maschera quotidiana, Inside Out restituisce un ruolo cardine alla tristezza, accogliendo nella sua trama la complessità emotiva della crescita, senza nascondere che dietro la conquista di ogni tappa c’è una strada costellata di addii. L’allegoria riesce a non essere didascalica anche grazie a una straordinaria ricerca grafica e coloristica, che regala tangibile solidità a un impalpabile mondo interiore. Non è realismo, tuttavia, ma (avrebbe detto Walt Disney) un “plausibile impossibile”. Quel rende “vero” Inside out, del resto, non è il suo virtuosismo informatico, ma un atto creativo antico, che non richiede alcuna tecnologia: il racconto di una storia.

5° incontro | FRANKENSTEIN | 27 APRILE 2026

Pochi altri miti letterari hanno trovato nel cinema una seconda vita tanto quanto Frankenstein. Mary Shelley vide pubblicato il suo romanzo nel 1818, ma è l’immagine in bianco e nero del 1931, fatta del corpo di Boris Karloff, del trucco di Jack Pierce, dell’invenzione di cicatrici e bulloni, a fissare nell’immaginario moderno ciò che, in origine, era soprattutto un apologo sulla scienza e le sue responsabilità. Il Frankenstein di James Whale, horror Universal dei primi anni del sonoro (ma filtrato anche dalla tradizione teatrale), portò sullo schermo una creatura tragica e infantile, più vicina alla solitudine che al terrore. Ciò avvenne con una regia sorprendentemente mobile, accompagnata da scenografie in cui riviveva l’espressionismo, senza dimenticare una sottile ironia che rovesciava la pompa “scientifica” e sublime del laboratorio. Da lì, il mostro e il suo creatore cominciarono una mutazione incessante: arrivò una sposa nel 1935, nuove storie vennero dalla Hammer, si giunse al culmine della parodia con Mel Brooks, per giungere infine alle letture contemporanee che riportano al centro il dramma del corpo e dell’identità. In queste ultime si inserisce la versione recente di Guillermo del Toro, autore che da sempre guarda ai mostri come a specchi degli esclusi: nella sua sensibilità gotica e compassionevole, Frankenstein diventa occasione per interrogare di nuovo il confine tra creatore e creatura, tra pulsione al controllo e bisogno d’amore. La lezione attraverserà queste metamorfosi, non per cercare “il” Frankenstein definitivo, ma per seguire, di film in film, come il cinema abbia bisogno di ripeterci, negli anni, una fatale domanda: siamo disposti ad accogliere ciò che l’immaginazione può generare, quando il desiderio la spinge a oltrepassare i suoi limiti più estremi?


IL DOCENTE

Marco Bellano è docente di History of Animation all’Università di Padova e Marie Curie Global Fellow (progetto FICTA SciO, su animazione e divulgazione scientifica, in collaborazione con la Hochschule Luzern e il CICAP, 2023-2025). Oltre che a Padova, dal 2013 è stato docente presso sedi accademiche quali la Boston University Study Abroad, l’Università di Salamanca e il Conservatorio di Ferrara. Ha inoltre svolto ricerche sul rapporto tra musica e animazione. Tra le sue pubblicazioni: Václav Trojan. Music Composition in Czech Animated Films (Routledge, 2019); Allegro non troppo. Bruno Bozzetto’s Animated Music (Bloomsbury, 2021); Cos’è un cartone animato? (Carocci, 2024). Nel 2014 riceve dalla Society for Animation Studies, di cui presiede nel 2017 a Padova il 29° convegno annuale, il premio Norman McLaren-Evelyn Lambart al miglior articolo accademico. È nel comitato scientifico del Mutual Images Journal, di Cabiria e delle collane “Lapilli” (Tunué). È stato giurato per festival internazionali (tra cui Teheran International Animation Festival, Future Film Festival). Pianista e direttore d’orchestra, collabora dal 2012 ai programmi didattici e divulgativi del Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française.


Questa voce è stata pubblicata in Corsi. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento